martedì 07 settembre 2010
 
Pinocchio
Scritto da Sara Pessina   
 Compagnia storica, nata nel 1983 dall’incontro tra la regista Maria Grazia Cipriani e lo scenografo Graziano Gregorio, il Teatro del Carretto  si affaccia nel panorama del teatro italiano come compagnia di ricerca. Termine oggi abusato, ma in questo caso necessario per comprendere il grande lavoro che questa compagnia ha svolto fino ad oggi.
Sin dal primo spettacolo Biancaneve si odora la capacità visionaria di questo gruppo, capace di unire la ricerca della fisicità attoriale con l’artigianato della maschera. Testi dai grandi contenuti e scenografie primitive sembrano parlare un linguaggio diverso ma complementare: la concretezza della scena e la simbologia che rappresenta.
Numerosi gli spettacoli prodotti sino ad oggi:  Romeo e Giulietta, Sogno di una notte di mezza estate, Iliade, Odissea, Bella e la Bestia, Le Troiane, Metamorfosi, fino all’ultimo nato  Pinocchio.
Una fiaba, una storia che affonda le sue radici nei più reconditi anfratti della natura umana, viene utilizzata da Maria Grazia Cipriani in tutta la sua forza ancestrale e magica, senza lasciar spazio nè al mondo fatato firmato Disney, nè alla spensierata allegria di Benigni.
I personaggi rinascono sotto nuove forme e ne vengono approfonditi i legami più scomodi e torbidi: c’è la vittima e il carnefice, la piccola ninfa turchina, le bestie assassine, il padre creatore che è padrone e forse detentore del destino della propria creatura, le bugie di Pinocchio e quelle della Fata Turchina, l’incapacità di compiere del bene e il pensiero, in definitiva, che la vita non sia altro che un grande incubo.
Echi kantoriani nell’arena lignea e nelle figure/maschere/burattini che compongono lo spazio dell’azione. Un’arena della crudeltà dove sbirciano e fanno capolino i burattini spettrali che compongono la favola, un’arena che rinchiude il protagonista e che sembra attuare ogni sorta di macabro sortilegio per farlo soffrire e in definitiva crescere.
Pinocchio,  piccolo burattino e uomo adulto, è in questa messa in scena vittima inconsapevole del teatro che lo circonda, ma attraversa le difficoltà e magicamente ne esce.
Un atmosfera surreale, immagini che sfrecciano davanti agli occhi dello spettatore ad un ritmo incalzante e che non lasciano spazio alla riflessione. Come a dire che il teatro è pura azione e si fa e si consuma in un solo attimo e in quell’attimo il pensiero non esiste.
E’ uno studio attento, delicato, costante.
Un suono, un colore, un immagine e una qualità di movimento, di parola, di composizione scenica che rendono il lavoro del Teatro del Carretto ancora una volta riconoscibile e singolare.
Oggetti dal sapore antico, fatti di materiali semplice, grezzi, primari aprono nuovi squarci visivi e fanno eco alle azioni degli attori, creando un ambiente poetico di grande bellezza.
Attori meravigliosi danno vita ad uno spettacolo che ogni sera sembra essere completamente nelle loro mani: un giostra costruita alla perfezione che solo l’uomo-attore è in grado di far vivere e vivere e vivere.
Metafora stessa della storia di Pinocchio: il motore della storia di un mondo che non gli appartiene.
Una Fata Turchina e un Pinocchio che sarà difficile scordare.

Dalle note di regia di Maria Grazia Cipriani:
"Il destino di Pinocchio appare, letteralmente, teatrale. Da quel programma accarezzato dal genitore fino a quando Pinocchio, quasi a realizzarne il desiderio, toccherà il fondo della sua sventura, quando cioè, trasformato in somaro, sarà Stella della danza nel circo del paese dei Balocchi e rischierà di diventare una pelle di tamburo per la banda: passando da quel suo ingresso trionfale nel Gran Teatro di Mangiafuoco, quando, riconosciuto come fratello dalle Maschere immortali di quel Teatro, sembra raggiungere il luogo che spiega e motiva la sua nascita."
 
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