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Scritto da Barbara De Giorgio
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Un’ atmosfera scarna, quasi desertica: solo un tavolo ricoperto di materiale plastificato e un separé necessario al cambio in scena costituiscono la scenografia dello spettacolo. A parlare infatti devono essere i corpi in movimento, la musica e non tanto le parole, incapaci di dare giusto rilievo a quanto vuole essere trasmesso. Gli stessi personaggi sono ridotti all’osso, nel vero senso della parola: tre figure che cercano di esibirsi in varie situazioni, mutando ogni volta il loro ruolo scenico. Attraverso un susseguirsi di sketchs gli attori/danzatori presentano una sorta di compendio delle dipendenze che attanagliano oggi la nostra società: dal cioccolato ai videogiochi, dalle droghe e dalla tv, dalla tecnologia, dal sesso, alla mania viscerale del nostro ego. Purtroppo molte volte queste dipendenze non sono valutate nel modo più corretto e vengono gettate nel dimenticatoio. In realtà invece creano una società schiava di se stessa, succube, incapace di scegliere; una società che non sa fermarsi, non sa mantenere il controllo, facendoci perdere così il valore della libertà. La tematica è sia molto complessa sia di forte attualità e conduce ogni spettatore, non solo ad avere un riscontro della realtà che lo circonda, ma a riconoscere nei vizi dei personaggi qualcosa di se stesso. Il tutto viene sviluppato con saccente ironia e sfrontatezza comica, in un crudele di gioco che vuole sfidare la nostra cecità di fronte al mare di problematiche in cui siamo immersi. E così lo spettacolo vorrebbe farci apre gli occhi sulla nostra vita, sul nostro essere atomiche ingeriscono quanto più ci viene somministrato senza troppe domande. L’intenzione della compagnia, a mio avviso, è ammirevole, soprattutto perché ha cercato di trattare aspetti molto delicati attraverso l’uso del corpo come mezzo espressivo principale, supportato dalle parole che denunciano con rabbia ostentata, in modo tagliente, tutto ciò che dovrebbe essere cambiato. Come spettatrice però mi permetto di evidenziare l’errore di vedere con occhi illusi e con faciloneria la risoluzione dei problemi legati alle dipendenze, tracciando una dimensione in cui tali mostri possano sparire in un istante, come se fossimo in una favola, con il solo tocco di una bacchetta. Ne è significativa la frase finale, che riassume il senso dello spettacolo: <<Riconoscere le proprie dipendenze è il primo passo verso la liberazione!>>. A mio avviso la vita reale è molto più complessa di quanto emerga da questo spettacolo. Forse 45 minuti sono un po’ pochi per sciogliere questioni così numerose e così tanto complesse; l’idea che arriva infatti è profonda, ma allo stesso tempo si esaurisce nell’arco di un tempo minimo, troppo poco per creare la comprensione, la rielaborazione e la riflessione di quanto osservato.
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