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| Pier Paolo Pasolini |
| Scritto da Ernesta A. Bevar | |
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IL MONDO GIOVANILE SECONDO PIER PAOLO PASOLINI Scritto da Ernesta A. Bevar“ Il nostro, come disse Sciascia, è un paese senza memoria e verità, e io per questo cerco di non dimenticare”, così soleva ripetere Pier Paolo Pasolini. Quale memoria costituisce il bagaglio culturale, popolare, storico, sociale dei nostri giovani, dei giovani italiani? Quali sono le verità a loro concesse e quali le verità negate loro? Attuale è la discussione vista anche la recente produzione cinematografica (“La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana e “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio). Così potrebbe venire da chiedersi, leggendo la citazione di Pasolini, che giovani fossero quelli incontrati da Sciascia nel 1977. “Ho passato la mattina di ieri dialogando con un gruppo di studenti di un liceo palermitano. È stato un dialogo aperto, cordiale. Si esprimevano con chiarezza; e con quella brevità che della chiarezza è figlia. Sono uscito da quel dialogo molto riconfortato”. E i giovani che incontrò, due anni prima nel 1975, Pasolini, che giovani erano? “Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali”. Perché a distanza di pochi anni i giudizi di due degli scrittori, degli intellettuali più insigni del nostro Paese, sono così differenti? Stesso periodo storico, diversa prospettiva. Cosa aveva visto in quei giovani Pier Paolo Pasolini e perché la sua analisi di ieri su quel particolare spazio del tessuto sociale, la sua descrizione di riti, miti e vissuti esistenziali può, e forse deve, essere ricordata oggi? Perché il pensiero di questo scrittore deve essere ripreso in considerazione? Rileggiamo ovviamente le parole di Pasolini alla luce di tutti i cambiamenti, le evoluzioni e le involuzioni, della storia del nostro presente, ma ogni lettore scoprirà come quelle frasi, quel lucido tentativo di comprensione e spiegazione della realtà e dell’universo giovanile scuoterà nuovamente le coscienze di oggi, riuscendo a stupire per quanto il contributo intellettuale dello scrittore fosse lungimirante e preveggente.Pasolini sosteneva che un fenomeno che si stava allargando sempre di più, il cosiddetto edonismo consumistico, rischiava di portare a una mutazione antropologica dei nostri giovani, i quali venivano a trovarsi all’interno di un sistema che proprio in quel periodo cominciava a essere marcatamente economico. I giovani che perdevano le loro radici culturali dimenticavano quei valori umani che il capitalismo e il consumismo moderni nel tempo hanno contribuito a decostruire e a negare, e sulle cui ceneri hanno successivamente edificato il continuo e impellente bisogno di un’espansione che fosse sempre più veloce, continua, inarrestabile e decadente. “Il genocidio culturale” dei nostri giovani di cui parla Pasolini è la rinuncia alla storia, alla conoscenza, alle radici, al sapere, in vista dell’avvento di un sistema solo ed esclusivamente economico dal quale i giovani, se non verranno schiacciati, potranno al massimo costituirne solo dei minuscoli ingranaggi. Un genocidio in cui i figli dei contadini e degli operai rinnegheranno le proprie radici, se ne vergogneranno, aspirando sdegnosamente a partecipare e a far parte di un’altra cultura: quella borghese. E fu la perdita dell’identità l’assassinio della varietà culturale del nostro tessuto sociale. Ebbe così inizio una vera e propria mutazione antropologica. Il consumismo edonistico, come preannunciava all’epoca Pasolini, ha sfondato oggi la resistenza al potere facendo da ariete all’avanzata di quella sottocultura che è tuttora il capitalismo. Il Corriere della Sera pubblicò nel 1973 un articolo di Pasolini (“Acculturazione e acculturazione”, ora contenuto nella raccolta Scritti corsari) riguardo a questa abiura, la cui unica motivazione concessa era la spiegazione di come l’azione integrante e falsificante del Potere aveva potuto determinare quella rappresentazione: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana”.Le masse pervertite dal potere ideologico, strisciante, di sponsor e slogan pubblicitari che inducono a consumare, sono difficili da rieducare anche quando vengono messe davanti alla realtà della loro condizione passiva, anche quando la consapevolezza di essere sfruttati e “guidati” ha dato luogo a qualche forma di presa di coscienza. Al neocapitalismo riuscì quello che non era riuscito di fare ai sistemi totalitari: realizzare una completa omologazione sotto la volta protettiva del consumismo, nell'abbraccio fatale dell'appiattimento collettivo in quella che tutti conosciamo come la moderna società dei consumi. Il benessere che salva. Salva dalla miseria del dopoguerra e segna l'avvento di nuovi standard di vita: quelli che mostra lo stile televisivo, quelli che chiedono pretendono e ottengono l'atrofia di ogni esercizio di facoltà intellettuali. In un secondo articolo sul Corriere della Sera, adesso raccolto in Lettere Luterane, Pasolini parla di “giovani infelici”: una volta resi tutti uguali, borghesi e proletari, a questi figli il consumismo toglierà prima le facoltà del volere, del pensare, del decidere e poi negherà anche l'esercizio della cultura e questi giovani non sapranno di aver perso il patrimonio più prezioso perché “è il possesso culturale del mondo che dà la felicità”. E l'inerzia conformista avanzò lentamente e inesorabilmente. Una gioventù che, come sostiene Umberto Galimberti oggi, così si brucia. Pasolini l'apocalittico, l'antimodernista, l'impossibile inventore di un genere letterario nient'affatto nuovo che in questo Paese vuole farsi testimone della giustizia, vuole restituire la verità sempre nascosta, vuole sfidare e rompere quello sguardo che infliggiamo a una realtà la quale sembra non riguardarci mai da vicino, mai in prima persona. Pasolini che spia dai margini dell'esistenza, dalla vita delle borgate, per confrontarsi con il Potere lontano e impalpabile e dargli corpo, un corpo fatto di parole. Pasolini il reazionario, il poeta che l'Italia non ricorda più, che l'Italia ha dimenticato? E, quasi a voler rintrecciare le trame del destino, proprio un diciassettenne viene accusato del suo assassinio: è forse uno dei suoi “ragazzi di vita”, uno di quei “giovani infelici” contro la cui omologazione aveva scritto, per il futuro dei quali aveva manifestato preoccupazione e interesse. |
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