venerdì 03 settembre 2010
 
Anna Magnani
Scritto da Riccardo Strada   
ANNA MAGNANI: LA STORIA...DI UN'ATTRICE

La sera del 22 marzo di cinquant’anni fa, durante la premiazione della ventottesima “notte degli Oscar” accadde una piccola rivoluzione nella storia del cinema; per la prima volta il premio come migliore interprete venne consegnato a un attore non statunitense, a un “esterno” che improvvisamente spalancava le frontiere e imponeva se stesso e il proprio paese all’attenzione della grande America: migliore attrice protagonista fu consacrata l’italiana Anna Magnani per il film The Rose Tattoo (La Rosa tatuata) diretto da Daniel Mann.
Ma perché occuparsi oggi di Anna Magnani? Quale il valore e il senso nel parlare dopo cinquant’anni di una donna nata nel 1908, scomparsa oltre trent’anni fa e probabilmente confusa nella memoria dei più, se non dimenticata o addirittura sconosciuta alle generazioni più giovani?
Esattamente per questo motivo, perché la memoria non può permettersi confusione ma esige e merita chiarezza, perché la storia va conosciuta, ricordata, mai come oggi ribadita, e storia non è solo quella che si studia forzatamente sui banchi di scuola, ma è tutto ciò che ci sfiora e ci ha sfiorato, ciò che ha respirato prima di noi, in altri tempi ma negli stessi luoghi e rimane lì, a farsi scrutare, esplorare e conoscere, per permetterci di capire.
Il cinema e l’arte di Anna Magnani hanno attraversato la storia e, forse più di ogni altro attore, con la storia si sono spesso intrecciati, l’hanno rappresentata e in alcuni casi ne hanno scritto con umiltà delle piccole pagine.
Sì, perché non si può sostenere che Roma città aperta (di cui Otto Preminger dirà “La storia del cinema si divide in due ere, una prima e una dopo Roma città aperta”) sia soltanto un film; perché lo strazio lacerante che provoca la breve corsa della Magnani dietro alla camionetta nazista, le sue urla, gli occhi spalancati, la bocca aperta, le cosce nude sotto alle calze rotte che svelano la feroce impudicizia della morte nella scena in cui viene fucilata, sono lo scheletro e l’anima di quel 1945, con le case bombardate, le strade ferite in cui la gente passava di fretta e nello scorgere la scena non capiva se si trattasse di finzione o realtà, con quel suo senso di paura freddo e tangibile che grazie a un film, e a una attrice, è riuscito a entrare in noi e a farsi storia.
Questo capolavoro di Rossellini rappresenterà una delle vette più alte, ma non la sola, nella carriera di Anna Magnani che da qui in poi crescerà e si impreziosirà negli anni Cinquanta e Sessanta di titoli e nomi importanti; registi e sceneggiatori che vorranno lei e soltanto lei, da Fellini a Visconti, da De Sica a Jean Renoir, da Cukor a Lumet a Pasolini, fino a Tennessee Williams che le scriverà testi su misura tra cui quello dell’Oscar.
Ecco allora che emerge e si scopre lo stile, assolutamente sui generis, della Magnani, che sarà sempre donna prima che attrice, superiore e indifferente a stereotipi e cliché, cupamente lontana da frivolezze e mondanità, antipatica e scomoda per via di una riservatezza che la faceva intellettuale per animo e non per moda, colpevole di un distacco schivo che non poteva che sottolineare la pochezza presuntuosa e profetica di un paese ubriacato di “dolce vita”, sempre restia alla futilità dell’apparire o del recitare ma interessata solo a interpretare, e dunque a essere.
Non bella, perlomeno non nel senso classico del termine, la Magnani non possedeva certo la carnalità sfrontata di una Loren, né la delicatezza rinascimentale della Mangano. La sua era una bellezza d’occhi, un’intensità muta e potente che si esprimeva attraverso lo sguardo, un fascino denso di contrasto che appariva velato, per vezzo o per pudore, dietro alla maschera colorata del personaggio, una maschera tragica e sempre latrice di verità.
Affermatasi in pieno neorealismo, Anna Magnani ha infatti rivendicato per tutta la durata della sua carriera un profondo senso di verità che trasudava violento da ogni suo personaggio, costruendosi con intelligenza antidiva nel periodo del divismo. La sua persona e il suo personaggio hanno attraversato insieme quell’Italia dapprima dolorosa e sofferente, poi impegnata con fatica a ricostruirsi, ancora ricca e illusa, infine livida e spaventata dal piombo dei suoi anni; Anna ha viaggiato su carrozzelle, Topolino amaranto e torve motociclette, le stesse che chiudono Roma, suo ultimo film, e ha avuto il merito di essere tra le poche attrici, probabilmente l’unica, ad aver scelto sempre di allinearsi alla storia e di rappresentare, con coraggio, le vere donne italiane.
Quale coraggio? Quello dei capelli perennemente spettinati, delle rughe, dei vestiti modesti, di una popolanità veemente di cui non si è mai vergognata ma che, al contrario, ha nobilitato attraverso questa verità, attraverso l’istintività chiassosa della borgata che celava sempre una sofferenza struggente annidata nelle pieghe marcate sotto agli occhi, e che permetteva di scorgere una persona vera, mai un personaggio.
Questa verità, che è storia, questo rispetto che Anna Magnani ha sempre dimostrato verso le sue storie ha costituito paradossalmente anche un limite nella sua carriera, attraversata da periodi bui in cui veniva guardata con sospetto dal “cinema” pronto a sacrificarla al nuovo, e dal pubblico che spesso le cuciva addosso i suoi personaggi come una camicia di forza, non arrivando a capirla.
Perché per capire è necessario, forse doveroso, andare al di là, guardare oltre, cercare il senso dietro all’immagine, e dietro alla forza sguaiata della popolana, oltre gli strepiti e gli improperi in romanesco ha sempre albergato un’eleganza profonda, implicita e mai esibita, come la sua bellezza, una signorilità quasi altera, una grazia commovente che si imponeva nel silenzio dei primi piani e avviluppava lo spettatore disposto ad ascoltarlo; dietro ad Anna vi era, come recita il titolo di un bel libro dedicato a lei, la Signora Magnani.
E allora perché non cercarla e viaggiare anche noi attraverso la sua e la nostra storia, attraverso le interpretazioni straordinarie come la Maddalena Cecconi che Visconti diresse in Bellissima nel 1951, ritratto potente e quanto mai attuale di madre tradita e illusa dall’ambizione, e nel quale si riflette facilmente la miseria morale dei tempi d’oggi avviliti da una cultura che non va oltre la televisione, o il monologo de L’amore tratto da La voixe humaine di Jean Cocteau, dove recitando sola, al telefono, è capace di infondere il senso dell’assoluto, o ancora i film del periodo americano a fianco di Burt Lancaster o Marlon Brando, la drammatica carcerata di Nella città l’inferno, il sodalizio con Pasolini in Mamma Roma che la astrae magistralmente nella dimensione sospesa della poesia, e perché no anche le scelte sbagliate, i film brutti, sopra le righe, in cui però lottava sempre, contro lo stereotipo imposto da registi sbagliati e l’incomprensione del pubblico, e a cui correvano in soccorso Hollywood o i successi del teatro.
Il teatro infatti, con Verga e Anouilh, sul finire degli anni Sessanta la farà rinascere, regalandole nuove soddisfazioni e nuovi amori; il ritrovato entusiasmo le farà accettare una fugace ma felice esperienza con la televisione e poi ancora tanti nuovi programmi, cinema, teatro, Shakespeare, García Márquez, ecco la Magnani affacciarsi ai difficili anni Settanta, pronta a entrare in un nuovo capitolo della nostra storia.
Nell’estate del 1973 invece i primi disturbi, una visita in Svizzera, i progetti da rimandare, il ricovero, poi la diagnosi di un male crudele lenito solo dalla vicinanza di pochi, selezionatissimi amici, dall’amore viscerale del figlio Luca e dalla presenza costante di Roberto Rossellini, testimonianza di un legame mai finito, fino alla morte, avvenuta la mattina del 26 settembre di quello stesso anno, poche ore prima che il destino, forse pietoso, forse pentito, farà sì che venga trasmesso in televisione, come casuale omaggio, il suo ultimo film.
Seguiranno pochi riconoscimenti ufficiali da parte di un paese superficiale e distratto che non sa o non vuole riconoscersi in chi lo ha saputo ben rappresentare, ma tante sincere testimonianze di affetto e memoria, implicite e intense come sarebbe piaciuto a lei: la commossa partecipazione di amici e ammiratori come Orson Welles, Bette Davis, Giulietta Masina, Alberto Moravia, i versi di De Filippo secondo cui alla sua morte “…tutti i selciati di Roma hanno strillato”, o quelli splendidi di Pasolini che ne canterà “le ciocche disordinatamente assolute… in cui si dissolve e mutila il presente, e assorda il canto degli aedi”, o le parole di Pino Daniele che a lei dedicherà la canzone Anna verrà, fino all’applauso di una Roma addolorata che per la prima volta scoppierà incontenibile, commovente e fuori dagli schemi come era lei, a squarciare il silenzio della chiesa nel giorno dei suoi funerali.
Ci restano tanti modi dunque per ricordare Anna Magnani, per restituirle attraverso la memoria un rispetto che a volte insieme alla memoria perdiamo; la possiamo cercare nei suoi premi, nell’Oscar, nelle sue apparizioni pubbliche sempre vestita di nero e accompagnata dagli amati cani spesso feroci, oppure attraverso i suoi film.
Ma forse la memoria più bella ce l’ha regalata Federico Fellini, quando nel 1972 la pretese in un cameo conclusivo a rappresentare e riassumere il suo film Roma; Anna Magnani appare fugacemente in un’ultima immagine mentre rientra verso casa accompagnata dalla voce fuori campo del regista, poi un primo piano sul viso reso più stanco e dolce dall’età, sui solchi profondi sotto agli occhi ricchi e gravi, sulla bocca sottile che pronuncia la sua ultima battuta, inconsapevole congedo con il cinema: “Ciao Federì, buonanotte”.
Buonanotte a Lei, Signora Magnani.

di Riccardo Strada
  (tratto da l'elefante)  

www.riccardostrada.com

www.lelefante.it



C.I.A

Ne approfitto per ringraziare da parte del C.I.A Riccardo Strada e la rivista on-line l'elefante, per il grande omaggio e onore fatto alla nostra grande attrice Anna Magnani.

Permettetemi di dire una cosa..."Buona notte Anna...Buona notte Semplice Grande Maestra di vita...Ci vediamo in teatro".



 
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